
È ancora possibile riprodurre il mondo d’oggi attraverso il teatro? A un dipresso settanta anni fa, nello stesso torno di mesi durante i quali Strehler, a Milano, si accingeva a orchestrare con epica maestria la sua affilata Opera da tre soldi, un giovanissimo Peter Szondi, spiando la prodigiosa vitalità dei palcoscenici di Berlino dall’eccentrico osservatorio delle severe aule dell’Università di Zurigo, nel tentativo di codificare la grammatica generativa (e fatalmente trasformazionale) del “dramma moderno”, individuava nell’analisi dei legami tra gli individui la chiave di volta del teatro contemporaneo. Per lo studioso ungherese, infatti, «l’audacia spirituale dell’uomo» del Rinascimento, «pervenuto a se stesso dopo il crollo della concezione medievale del mondo», porta ineluttabilmente a eleggere il dominio dei «rapporti interumani» a materia irrinunciabile della drammaturgia del nostro tempo. Le conclusioni sono prontamente tratte: «l’uomo», oggi, può entrare nel dramma «solo come